Il Libro di oggi è: “Che il libeccio faccia il mio gioco” Scritto da: Luisa Aliotta
Da dove è scaturita l’idea per scrivere questo libro?
L’idea di scrivere questo libro è nata dall’esigenza di far prevalere il mio mondo interiore sulla realtà superficiale. Come accade nel romanzo, per me esiste una continua e profonda lotta tra il dentro e il fuori: il mondo interiore, fatto di emozioni, pensieri e riflessioni, sente il bisogno di emergere e di avere voce, anche quando appare in contrasto con ciò che il mondo esterno percepisce. Scrivere è stato il modo per dare forma a questo conflitto e permettere al mio universo interiore di manifestarsi nella realtà.
C’è stato un momento particolare o un evento che ha acceso la scintilla creativa?
Il momento che ha acceso la scintilla
creativa risale al mio primo anno di insegnamento in un liceo. È
stato un periodo in cui mi sono sentita realmente me stessa, libera
di confrontarmi con le idee e le vite dei giovani che avevo davanti.
Tra gli incontri che mi hanno segnato c’è stato anche quello con
un mio alunno, che mi disse che se mai avessi scritto un libro, lui
lo avrebbe letto. Quelle parole furono come un piccolo ma potente
incoraggiamento: Carmine corri a comprare il mio libro!
Quanto della tua vita personale si riflette tra queste pagine?
Si può dire che in questo libro ci sia più vita che nella mia stessa realtà quotidiana. La scrittura mi permette di vivere appieno emozioni e pensieri che spesso non trovano spazio nel mondo esterno. Forse non sento il bisogno del mondo al di fuori, se non nella misura in cui è necessario per osservare, comprendere e poi trasporre nella pagina ciò che scrivo. La mia vita, così, prende forma e intensità proprio tra queste pagine.
Se dovessi riassumere in una frase il cuore del libro, quale sarebbe?
Se dovessi riassumere in una frase il cuore del libro, sceglierei le parole di Pessoa: 'Non ho avuto altro che la mia vita interiore'. Per me questa frase racchiude l’essenza dell’esistenza come la intendo: la realtà esterna è spesso fugace e superficiale, mentre il vero senso della vita risiede nel mondo interiore, nelle emozioni, nei pensieri e nelle riflessioni che ci definiscono. Il romanzo esplora proprio questa tensione, mostrando come la scrittura possa diventare uno strumento per dare forma e legittimazione a ciò che altrimenti resterebbe invisibile, e come il mondo interiore sia, in ultima analisi, l’unico luogo in cui l’essere umano possa veramente incontrare se stesso.
Avevi in mente un lettore specifico mentre lo scrivevi? Una persona tipo?
Non avevo in mente un lettore specifico, quanto piuttosto un tipo di lettore: chi soffre d’amore, a cui la realtà non basta e sente il bisogno di uno spazio in cui i sentimenti possano essere riconosciuti e accolti. Forse il mio intento è consolare tutti gli innamorati inconsolabili, offrendo loro parole in cui riconoscersi, riflettere e trovare un piccolo conforto nel sapere che non sono soli nelle loro emozioni.
Quanto tempo ti ha richiesto
completare la scrittura?
La scrittura di questo libro mi ha richiesto una vita intera: trentadue anni di esperienze, riflessioni e vissuti, e ancora tutti quelli che mi restano da vivere. Il mio ultimo romanzo ha richiesto poco più di sei mesi per essere completato. È stato un periodo intenso, in cui ogni giorno era dedicato alla costruzione dei personaggi, alla cura delle atmosfere e alla riflessione sui temi trattati. Non si tratta solo di tempo cronologico, ma di un’immersione totale nel mondo del libro, in cui ogni dettaglio doveva trovare il suo posto e ogni parola la sua giusta misura.
Preferisci lasciarti guidare
dall’ispirazione o lavori seguendo una scaletta precisa?
Non seguo una scaletta precisa: scrivo per necessità, come se le parole e le storie prendessero forma da sole dentro di me. Non è una scelta razionale, ma un impulso che mi guida; se potessi decidere, forse avrei preferito essere più cinica e calcolare ogni mossa, ma la mia scrittura nasce invece dall’urgenza del sentire e della riflessione interiore. È un flusso inevitabile, che mi obbliga a seguire ciò che vuole emergere piuttosto che ciò che io vorrei pianificare.
Hai dei riti, abitudini o momenti
particolari in cui la scrittura fluisce meglio?
Non associo la scrittura a qualcosa di meccanico, ma la vivo come un atto creativo e personale. Scrivo meglio quando vivo esperienze così intense da lasciarmi senza fiato, momenti che aprono la mente e il cuore. Può piovere fuori e fare freddo, eppure dentro di me splende il sole: è in queste situazioni, quando la vita mi sorprende e mi emoziona profondamente, che le parole fluiscono più libere e autentiche.
Cosa ti spinge a scrivere, oltre
alla voglia di raccontare una storia?
Oltre alla voglia di raccontare una storia, scrivo per dare vita a personaggi nuovi e inaspettati. Ad esempio, nel mio romanzo introduco una donna dal forte carattere, con tratti tradizionalmente associati alla virilità, pur restando pienamente donna come soggetto della narrazione. Attraverso questa inversione di ruoli esploro le sfumature dell’identità e le contraddizioni interiori dei personaggi, offrendo al lettore prospettive insolite e stimolanti sul comportamento umano e sulle convenzioni sociali. In particolare, ho trasformato lo sguardo di Tinto Brass (regista) verso la donna al maschile, applicandolo nei confronti di un ragazzo. Curioso, no?
Qual è il miglior consiglio che ti senti di dare a chi sogna di scrivere un libro?
Il miglior consiglio che posso dare a chi sogna di scrivere un libro è di farlo solo per sé stessi, per una reale necessità interiore, e non perché qualcun altro lo suggerisce o per cercare fama. Scrivere deve nascere dal bisogno di esprimere ciò che si è, di esplorare le proprie emozioni e riflessioni. Se la motivazione è esterna, il risultato rischia di essere superficiale o artificiale; solo quando la scrittura è una necessità autentica diventa potente, sincera e capace di toccare davvero chi legge. Il mio obiettivo è invitare i giovani alla lettura, riscoprendo e valorizzando uno spirito più tradizionale, o meglio, classico.
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