Il Libro di oggi è: Il Faro delle ombre Scritto da: Gennaro Taurino


Da dove è scaturita l'idea per scrivere questo libro?

Non so se si possa chiamare "idea". È stato più come un'emorragia dell'anima. Il libro è nato da una ferita che non smette mai di sanguinare: la perdita di due persone che amavo profondamente, padre e

figlio. Prima il ragazzo, spezzato da un incidente che ha cambiato tutto. Poi suo padre, che non è riuscito a reggere il peso di quel vuoto. Si è lasciato andare, ha scelto di non resistere più.

Quando è successo, il mondo intorno a me è diventato di colpo più buio. Mi sono ritrovato con le mani piene di domande che non avevano risposte, con un dolore che non sapevo dove mettere. La storia è uscita da quella crepa, da quel posto rotto dentro di me che non guarirà mai completamente. Scrivere non è stata una scelta consapevole - è stato l'unico modo per non impazzire, per dare una forma a tutto quel caos emotivo.


C'è stato un momento particolare o un evento che ha acceso la scintilla creativa?

Le mie notti sono insonni da molti mesi, già prima dell'evento tragico. Ma dopo, quelle ore di buio sono diventate il mio unico rifugio. Una notte in particolare, ero affacciato al balcone, circondato dal silenzio assoluto. Non c'era nulla da vedere là fuori, ma dentro la mia testa era tutto un trambusto di pensieri, di domande, di "e se".

In quel momento ho sentito qualcosa che si muoveva dentro di me. Non ero io a voler scrivere - era la storia che voleva essere raccontata. Ho aperto il mio Mac e ho cominciato. Volevo scrivere altro, qualcosa di diverso, ma le dita sulla tastiera andavano per conto loro. Scrivevano dolore, scrivevano rabbia, scrivevano colpa. Scrivevano quello che oggi tutti possono leggere. È stato lì che James ha cominciato a prendere forma, in quella notte senza stelle.


Quanto della tua vita personale si riflette tra queste pagine?

Troppo. Molto più di quanto vorrei ammettere, molto più di quanto sia comodo confessare. Ogni pagina è un pezzo di me che ho dovuto strappare via per metterlo nero su bianco.

Le domande che tormentano James sono le stesse che mi tengono sveglio la notte: avrà ritrovato

pace? Avrà messo fine alle sue sofferenze? Sarà riuscito finalmente a riabbracciare suo figlio? Questo è il modo in cui ho vissuto - e ancora vivo - quella perdita.

Il senso di colpa che pervade tutto il romanzo, quella sensazione di non essere mai abbastanza, di aver fallito nel momento in cui serviva di più... sono emozioni che conosco fin troppo bene. L'ossessione per ciò che poteva essere e non è stato, i rimpianti che ti mangiano vivo dall'interno. James è me, spogliato di tutto tranne che del dolore più puro. Il libro è una confessione travestita da romanzo, un modo per dire cose che non riesco a dire guardando qualcuno negli occhi.


Se dovessi riassumere in una frase il cuore del libro, quale sarebbe?

"Tutti abbiamo una stanza chiusa dentro di noi, ma solo chi trova il coraggio di aprirla può davvero salvarsi."

È questo il messaggio che pulsa in ogni riga: che i mostri più terribili non sono quelli che ci aspettano fuori, ma quelli che portiamo dentro. E che l'unico modo per sconfiggerli è guardarli in faccia, anche quando fa così male da togliere il respiro.


Avevi in mente un lettore specifico mentre lo scrivevi?

Sì, pensavo a qualcuno che non cerca consolazioni facili o risposte preconfezionate. Un lettore che non ha paura di sporcarsi le mani con il dolore altrui, che sa che dietro ogni ombra può esserci una luce, ma

che quella luce va conquistata pagando un prezzo.

Scrivevo per chi ha mai sentito il peso schiacciante della colpa, per chi si è mai chiesto se ci sia davvero qualcosa dopo tutto questo dolore. Per chi ama perdersi nei chiaroscuri dell'anima umana e non cerca scappatoie semplici dalla complessità della vita.


Quanto tempo ti ha richiesto completare la scrittura?

Circa nove mesi per buttare giù la prima stesura completa, poi altri sei per limarlo, per trovare le parole giuste, per dare il ritmo giusto al dolore. Non ho mai contato le ore, ma ho contato le notti insonni.

Tante. Troppe.

C'erano periodi in cui non riuscivo a scrivere nemmeno una riga, e altri in cui le parole uscivano come un fiume in piena e non riuscivo a fermarmi. James mi parlava nelle ore piccole, quando tutto tace e il

mondo dorme. Era allora che la sua voce si faceva più chiara, più disperata, più vera.


Preferisci lasciarti guidare dall'ispirazione o lavori seguendo una scaletta precisa?

Parto sempre da una struttura solida, da una mappa di quello che voglio raccontare, ma poi lascio che siano i personaggi a sorprendermi. James ha preso decisioni che non avevo previsto, ha imboccato strade che non erano nella mia scaletta iniziale.

L'ispirazione è la miccia che accende tutto, ma è la disciplina che tiene vivo l'incendio. Ci sono notti in cui non ho voglia di scrivere, in cui il dolore è troppo forte anche solo da evocare, ma è proprio in quei momenti che devi andare avanti. Il romanzo si sviluppa e muta durante il percorso - i personaggi crescono, cambiano, e la trama segue i loro passi tormentati.


Hai dei riti, abitudini o momenti particolari in cui la scrittura fluisce meglio?

Quando tutto tace e tutti dormono. È in quel silenzio assoluto, quasi sacro, che la scrittura prende forma. Accendo una luce soffusa che non disturbi il buio circostante, mi preparo un caffè nero e metto su il mio amato jazz - quello più intimo, più malinconico, quello che sa di solitudine ma anche di

compagnia.

Solo allora le voci dei personaggi cominciano a parlarmi davvero. James emerge dal buio della stanza come emerge dal buio della sua condizione. È un rituale che ormai fa parte di me, un appuntamento con il dolore che non posso mancare.


Cosa ti spinge a scrivere, oltre alla voglia di raccontare una storia?

La mia mente è sempre stata un posto affollato, fin da bambino. Già allora riempivo quaderni interi solo per svuotarmi la testa, per mettere ordine nel caos dei pensieri. Oggi la cosa non è migliorata, ma ho

imparato a gestirla meglio.

La scrittura per me è sopravvivenza pura. È l'unico modo che conosco per non impazzire, per non farmi schiacciare dal peso dei pensieri che non se ne vanno mai. È un modo per tradurre in parole ciò che altrimenti resterebbe intrappolato nel buio, per dare una forma al dolore e renderlo più sopportabile.

Scrivere è stato anche guarigione, un modo più sano per liberare la mente. Non è solo voglia di raccontare - è necessità vitale, è l'alternativa al silenzio che uccide.


Qual è stata la parte più difficile da scrivere, quella che ti ha fatto più male?

La scena del suicidio. Dio, quella scena! È stata come riaprire una ferita che pensavo si fosse almeno cicatrizzata in superficie. Non è stata solo difficile da scrivere - è stata devastante da vivere attraverso James.


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